Il costo di un impianto fotovoltaico varia in funzione della complessità dell'installazione (tipo di tetto, manodopera, tipologia delle strutture di montaggio) e del numero di inverter necessari.
In media, un impianto di taglia "aziendale" tra i 20 e i 50 kW di potenza di picco costa tra gli 800 e i 1.200 euro per kW installato. Un impianto di 50 kW, quindi, ha un costo che parte da 40.000 euro. Una spesa inferiore per kW installato è possibile nel caso di grandi impianti, nei quali i costi fissi, come le varie autorizzazioni, possono essere diluiti su una cifra complessiva maggiore.
Così, con una potenza compresa tra 100 e 500 kW, l'investimento necessario può essere inferiore ai 1.000 euro/kW.
Nonostante oggi non sia più possibile accedere agli incentivi diretti del Conto Energia che remunerano la quantità di elettricità prodotta, l'investimento necessario per installare un impianto fotovoltaico può essere ripagato in pochi anni.
Questo è possibile grazie all'autoconsumo, che è la forma di valorizzazione oggi più conveniente. Vediamo perché.
Consumare tutta l'energia prodotta dal proprio impianto fotovoltaico consente di ridurre notevolmente o addirittura eliminare la bolletta elettrica, evitando non solo il costo della componente energia ma anche quello dei vari oneri che si aggiungono alle tariffe.
Oggi un'azienda italiana paga l'energia elettrica su tre fasce di consumo ben distinte (dati Eurostat, prezzi IVA inclusa):
Un impianto fotovoltaico nel nostro Paese produce inoltre circa 1.100-1.200 kWh l'anno per kWp installato, al Sud anche 1.400 kWh. Con una producibilità media di 1.250 kWh l'anno per kWp e i costi energetici odierni, il costo dell'energia effettivamente evitato grazie all'autoconsumo cresce in modo significativo rispetto a qualche anno fa, riducendo di conseguenza i tempi di rientro dell'investimento.
Come si può facilmente calcolare, con l'autoconsumo il tempo di rientro dell'investimento di un impianto chiavi in mano di taglia 20-50 kW è oggi pari a circa 3,7 anni, con un tasso di autoconsumo del 55% e senza incentivi né sistemi di accumulo.
Abbinando un sistema di accumulo, che porta il tasso di autoconsumo fino all'80%, il tempo di rientro scende ulteriormente sotto i 4 anni: l'accumulo non riduce in modo drastico il payback, perché il maggiore autoconsumo è in parte controbilanciato dal costo aggiuntivo della batteria, ma consente comunque di massimizzare il valore dell'energia autoprodotta.
Va inoltre considerata la leva fiscale del nuovo Iperammortamento: per gli impianti fotovoltaici destinati all'autoconsumo aziendale, la norma consente di maggiorare il costo fiscalmente riconosciuto del bene fino al 180% (nella prima fascia di investimento, fino a 2,5 milioni di euro), con un beneficio fiscale complessivo stimabile attorno al 43% del costo dell'impianto, distribuito lungo il piano di ammortamento.
La misura è però vincolata a una condizione tecnica specifica: i moduli fotovoltaici devono essere di produzione europea e iscritti alle categorie b) o c) del registro ENEA, requisito che oggi limita fortemente le soluzioni di mercato realmente ammissibili e ne innalza il costo per kW rispetto ai moduli standard.
Se, invece, l'elettricità prodotta viene ceduta alla rete, il tempo di rientro dell'investimento tende ad allungarsi, perché la remunerazione riconosciuta dal Ritiro Dedicato (RID) — il meccanismo GSE oggi in vigore per la vendita dell'energia immessa in rete (lo Scambio sul Posto non è più accessibile ai nuovi impianti dal 26 settembre 2025) — è comunque inferiore al costo evitato con l'autoconsumo diretto.
A differenza dello Scambio sul Posto, che compensava virtualmente l'energia immessa e quella prelevata, il RID è una vera e propria vendita al prezzo di mercato (riflette il PUN zonale, con un minimo garantito): le entrate coprono quindi solo in parte il costo dell'energia risparmiato grazie all'autoconsumo fotovoltaico.
Solo nel caso delle aziende energivore, con consumi superiori a 1 GWh e nelle quali l'incidenza del costo dell'energia sul fatturato è particolarmente alta, la convenienza dei pannelli è inferiore, perché questa tipologia di aziende gode di tariffe agevolate sull'energia elettrica, fino a 10-12 centesimi di euro/kWh.
Per massimizzare il ritorno dell'investimento, è fondamentale dimensionare l'impianto perché sia garantito il massimo autoconsumo dell'elettricità prodotta.
Un impianto sovradimensionato, infatti, è spesso svantaggioso. Bisogna valutare con attenzione la corrispondenza tra i momenti di produzione e i momenti di consumo: se un'azienda è operativa anche il sabato e la domenica (ad esempio un centro commerciale), tutta l'energia elettrica prodotta potrà essere consumata; in caso contrario, l'elettricità generata dal sole durante il weekend dovrà essere ceduta in rete (a meno di immagazzinarla in sistemi di accumulo), con un guadagno inferiore.
Un'alternativa alla semplice cessione in rete dell'energia non autoconsumata è l'adesione a una Comunità Energetica Rinnovabile (CER): l'energia prodotta nei momenti di minor consumo aziendale, come nel weekend, può essere condivisa virtualmente con altri membri della comunità (famiglie, altre imprese, enti) allacciati alla stessa cabina primaria, generando un incentivo GSE sull'energia condivisa nell'ordine di 110-120 €/MWh, nettamente superiore alla sola valorizzazione tramite RID.
Per un impianto da 50 kW, senza incentivi né accumulo e con un autoconsumo del 55%, il tempo di rientro è di circa 3,7 anni. Con un sistema di accumulo che porta l'autoconsumo all'80%, il payback scende sotto i 4 anni.
L'accumulo aumenta il tasso di autoconsumo, ma introduce un costo aggiuntivo che in parte compensa il beneficio: il tempo di rientro non si riduce in modo drastico, ma resta comunque sotto i 4 anni. La scelta va valutata in base al profilo di consumo dell'azienda, in particolare se una quota rilevante di produzione ricade nei giorni di chiusura.
L'Iperammortamento consente di maggiorare il costo fiscalmente riconosciuto dell'impianto fino al 180% (nella prima fascia di investimento, fino a 2,5 milioni di euro), un beneficio molto più ampio del vecchio 30%. La misura richiede però l'uso di moduli fotovoltaici di produzione europea, iscritti alle categorie b) o c) del registro ENEA.
Lo Scambio sul Posto non è più accessibile ai nuovi impianti dal 26 settembre 2025. Oggi l'energia immessa in rete e non autoconsumata viene remunerata tramite il Ritiro Dedicato (RID), che riflette il prezzo di mercato (PUN zonale) invece di una compensazione virtuale.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili permettono di condividere virtualmente, con altri soggetti allacciati alla stessa cabina primaria, l'energia prodotta nei momenti di minor consumo aziendale (ad esempio il weekend), generando un incentivo GSE sull'energia condivisa superiore alla sola valorizzazione tramite RID.